L’ idea di poter trattare chirugucamente la malattia di Parkinson è nata dall’osservazione che pazienti parkinsoniani, che  andavano in contro a lesioni a carico dei nuclei della base, potevano presentare una riduzione più o meno transitoria di alcuni dei loro sintomi clinici. In modo controllato questa osservazione è stata trasferita al contesto terapeutico proponendo inizialmente degli interventi microdemolitivi di regioni sottocorticali ritenute coinvolte nella sintomatologia parkinsoniana (nuleo pallido, putamen, talamo). Successivamente all’intervento demolitivo è stato sostituito l’approccio di modulazione funzionale di aree cerebrali sempre più piccole e specifiche con l’impianto dei neurostimolatori. Questi apparati simili, per principio di funzionamento, ai pace maker cardiaci sono assimilabili a dei generatori di radiofrequenze che hanno come bersaglio anatomico quelle stesse strutture precedentemente oggetto delle procedure demolitive. L’ assenza di un danno irreversibile e la possibilità, variando la frequenza di scarica dello stimolatore, di modulare la risposta neurologica, hanno fatto di questa tecnica un sicuro strumento di trattamento la cui efficacia in termini di risultati è tanto maggiore quanto più accurata è la selezione dei pazienti. La complessità dell’impianto, il rischio operatorio intrinseco, la necessità di disporre di una equipe multidisciplinare costituita da neurologo, neuropsicologo, neuroradiologo e neurochirurgo rende questa metodica praticabile solo in centri di eccellenza la cui esperienza settoriale è comunque garanzia di risultato in un contesto di maggiore sicurezza.